L'Aquila. Basilica di Collemaggio. Rosone principale. XIII-XIV secolo

sabato 25 settembre 2010

Caravaggio e caravaggeschi a Firenze


In occasione del quarto centenario della morte del Caravaggio è in mostra a Firenze, dal 22 Maggio al 17 Ottobre 2010, in un percorso che si snoda da Palazzo Pitti, agli Uffizi a Villa Bardini, una parata, completa ed unica, di capolavori del Caravaggio e dei caravaggeschi che rinnovarono all’inizio del Seicento la pittura e l’iconografia sacra e profana. Dopo decenni di nuove ricerche scientifiche, scoperte, attribuzioni e acquisizioni storiche, il Polo Museale Fiorentino propone, a cura di Gianni Papi, un nuovo viaggio nel mondo del Caravaggio e del caravaggismo internazionale, presentando una rassegna di opere (oltre 100), una sorta di excursus alla scoperta delle novità artistiche dei primi decenni del Seicento, legate al naturalismo e alla rappresentazione della realtà quotidiana, resa attraverso i mezzi pittorici della luce e dell’ombra. Opere principali della mostra sono i sei celebri capolavori del Caravaggio della Galleria Palatina e degli Uffizi (“Bacco”, “Amorino dormiente”, “Medusa”, “Cavadenti”, “Sacrificio di Isacco” e “Cavaliere di Malta”), ai quali si aggiungono due nuovi dipinti che costituiscono un’acquisizione (o meglio riacquisizione) al catalogo del Merisi e che sono una grande sorpresa per il grande pubblico: il “Ritratto di Maffeo Barberini” di collezione privata (sensazionale aggiunta alla ritrattistica giovanile del Caravaggio) e il “Ritratto di cardinale” della Galleria degli Uffizi. Questi due ritratti, insieme al Cavaliere di Malta, offrono l’occasione per una nuova rassegna della ritrattistica del pittore lombardo. Alle opere del Caravaggio si aggiungono dipinti di tutti i pittori caravaggeschi, giunti a Firenze per la maggior parte grazie alla curiosità e alla passione dei Medici, primo tra tutti Cosimo II, che subito si accorge della dirompente novità del Caravaggio, ma anche grazie alla committenza e al collezionismo storico di alcune altre famiglie private fiorentine come i Corsini, i Gerini, i Guicciardini, i Martelli. Emblematico è il caso della famiglia Guicciardini che nel 1620, nella cappella di Santa Felicita, tentò di riunire tre pale d’altare di tre diversi protagonisti del movimento caravaggesco: Cecco del Caravaggio, Gerrit Van Honthorst e lo Spadarino. Se davvero queste opere fossero state collocate alle pareti della cappella (di cui la mostra offre una ricostruzione virtuale) avrebbero potuto cambiare il corso della pittura del Seicento a Firenze. Ma soprattutto i Medici collezionano opere fondamentali dei seguaci del Caravaggio, e grazie a ciò Firenze vanta, dopo Roma, la più grande raccolta di quadri caravaggeschi al mondo. Di grande prestigio all’interno della mostra è l’importante gruppo di dipinti con scene cosiddette “a tavola” del Manfredi, dell’Honthorst e di Rombouts, che potrebbero avere ispirazione proprio da quello che può considerarsi il prototipo delle scene orizzontali con figure intorno a un tavolo e cioè il “Cavadenti” del Caravaggio. Nonostante la lungimiranza e il gusto d’avanguardia dei Granduchi, nel Seicento Firenze e i suoi pittori rimasero indifferenti e quasi ostili alle novità del naturalismo caravaggesco, non recependolo e rimanendo legati alla forte tradizione locale del disegno accademico. Fu una grande occasione persa per gli artisti toscani che avrebbero potuto rinnovare in senso moderno la loro pittura. Nel celebrare Caravaggio si vuole rendere omaggio anche a colui che prima di ogni altro lo ha riscoperto e ne ha reso nota la grandezza: Roberto Longhi. A Villa Bardini è allestita, infatti, una mostra curata da Mina Gregori, “Caravaggio e la modernità. I dipinti della Fondazione Longhi”, nella quale sono esposti i quadri che il grande storico dell’arte acquisì nel corso della sua vita, dal “Ragazzo morso dal ramarro” di Caravaggio ai dipinti dei suoi primi seguaci.
Firenze, Galleria degli Uffizi, Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Villa Bardini. Il 23 settembre 2010.

venerdì 24 settembre 2010

Cherubini protagonista alla Pergola


Settembre Musica, rassegna a cura degli Amici della Musica di Firenze, si apre con un concerto dedicato a Luigi Cherubini, il grande compositore fiorentino che nasce esattamente 300 anni fa e del quale, a dire il vero, Firenze sta facendo passare in sordina questo che è un centenario di uno dei suoi più illustri figli, di certo il maggior musicista europeo nato nel capoluogo toscano (vicenda che grava non poco in negativo sulla petizione avviata dal maestro Muti al fine di portare la salma del compositore da Parigi, dove egli morì nel 1842, in Santa Croce). Presso il Saloncino del Teatro della Pergola, un delizioso ambiente dal sobrio stile impero, l’Orchestra Auser Musici (protagonisti di tante importanti riscoperte nella storia musicale della Toscana) diretti da Carlo Ipata insieme al soprano Maria Grazia Schiavo, danno vita a pagine di bellissima musica. Il programma la prima esecuzione assoluta delle ouventure delle opere “Mesenzio” e “Armida abbandonata”, oltre a quelle di “Giulio Sabino” e di “Démophoon”. Quattro sono state le arie: “Ti lascio adorato mio ben” dal Mesenzio, “Turbata ai dubj accenti” da Ifigenia in Aulidice, “Qual da venti combattuta” da Armida abbandonata (data alla Pergola nel 1782) e “I mesti affetti miei” dal Giulio Sabino. È evidente che la scansione dei brani proposti ripercorre le tappe di compositore d’opera fra la città natale e Parigi. Molto ma molto bravi tutti gli interpreti: sia l’orchestra che il direttone per una perfezione d’interpretazione quasi militaresca, ma soprattutto il soprano Maria Grazia Schiavo: voce pulita, ben impostata, chiarezza d’espressione, virtuosismi vocali ottimi, acuti e bassi altrettanto. Davvero un buon concerto che vede, tra l’altro, la collaborazione anche del Palazzetto Bru-Zane di Venezia e del Conservatorio Statale di Musica “Luigi Cherubini” di Firenze.
Luigi Cherubini è figlio di un insegnante di musica, decimo di dodici fratelli. Incomincia a studiare musica all'età di sei anni; tre anni dopo viene affidato ai maestri Felici, Bizzarri e Castrucci, con cui studia canto, contrappunto e organo. Compie gli studi a Bologna e Milano e inizia ancora molto giovane a comporre musica sacra. La sua prima opera è una messa solenne a quattro voci con orchestra eseguita a Firenze e realizzata quando ha tredici anni. Seguono altre opere di musica religiosa e da camera molto apprezzate al punto da indurre il Granduca Leopoldo di Toscana ad assegnargli una pensione (1778), necessaria per il soggiorno di studio bolognese dove attende il maestro Sarti. Gli anni che vanno dal 1780 al 1784 sono prolifici di opere teatrali al punto da ottenere un invito per recarsi a Londra, dove compone l'opera buffa “La finta principessa” e il “Giulio Sabino”. È autore di numerose opere liriche prima di stabilirsi a Parigi nel 1788, dove entra a far parte del nuovo Conservatorio, che dirige dal 1821 al 1842, lasciando la carica poche settimane prima della morte, e dove stringe amicizia con Viotti. Durante la rivoluzione vive a Gaillon ed è nominato professore alla Scuola di musica della Guardia nazionale. Nel 1805 si trasferisce a Vienna, dove è accolto da Haydn, ma in seguito agli eventi bellici ed alla difficile situazione teatrale austriaca, è costretto a ritornare a Parigi, dove l'accoglienza è piuttosto fredda al punto da indurlo a dedicarsi temporaneamente alla compilazione di un erbario. Ha maggiore successo e riconoscimenti in Francia negli anni successivi. Le sue composizioni, in stile classico, mostrano una grande padronanza del contrappunto. Nel 1808 compone la sua maggiore opera per musica da chiesa, la "Messa Solenne in fa maggiore in tre parti"; un altro grande contributo alla musica sacra è la "Messa per l'incoronazione di Luigi XVIII" in sol minore per coro e orchestra (1815). Altre composizioni di musica sacra comprendono il "Credo a 8 voci e organo" del 1808, la “Messa in do maggiore” (1816) e il "Requiem in do minore" (1816) e il “Requiem in re minore” (1836). Tra le numerose altre composizioni di Cherubini (che tra il 1773 e il 1835 scrisse la musica per oltre trenta opere teatrali) si ricordano le opere liriche “Lodoïska” (1791), “Medea” (1797) e “Les deux journées” (1800), oltre a mottetti, cantate e quartetti per archi. Il suo trattato "Cours de contrepoint et de la fugue" (1835), viene pubblicato a cura del compositore francese Jacques Halévy. Giulio Confalonieri nel 1948 scrive una biografia completa di Cherubini con il titolo di “Prigionia di un artista” (Premio Bagutta 1949).
Firenze, Teatro della Pergola, Saloncino. Il 23 settembre 2010. 

Porgy and Bess inaugura la Stagione autunnale 2010 del Maggio


È all’insegna della musica di George Gershwin l’ inaugurazione della stagione autunnale 2010 del Maggio Musicale Fiorentino. Un evento atteso dalla vita culturale cittadina, soprattutto da noi studenti universitari, che in quest’occasione beneficiamo di una particolare agevolazione grazie alla quale, presentando il libretto universitario in biglietteria, abbiamo il diritto di ingresso a soli 5 €. Un atto voluto dalla nuova sovrintendente, l’ingegner Francesca Colombo che è all’inizio del suo nuovo mandato. Una nuova iniziativa rivolta ai giovani che si aggiunge a quelle già in atto come le emissioni delle MaggioCard o i corsi di MaggioFormazione. E’ la sera del 21 Settembre e su Firenze il cielo è argentato dal pallore di luna. Corso Italia pullula d’una folla insolita, decisamente più vivace rispetto al solito. Al flaneur che giunge dal Consolato Statunitense l’entusiasmo che si sprigiona da quell’angolo di città è sinonimo di evento fuori dall’ordinario. Non ci vuole molto a capire che la facce sono per la stragrande maggioranza di giovani e giovanissimi, molti dei quali per la prima volta nell’imminenza di attraversare la soglia di un tempio della musica. A questo punto vorrei fare una considerazione. Quello a cui si assiste nella serata inaugurale del Maggio è indicatore del fatto che la musica cosiddetta “classica” non è “musica per vecchi”. Molti di noi frequentano l’università, la gran parte sono per di più fuori sede. La vita universitaria non è facile, soprattutto economicamente parlando: le tasse universitarie, i libri e gli affitti sono spese non indifferenti per ogni famiglia che alle volte, troppe volte, è costretta a cercare appartamenti in nero, libri usati e via dicendo, mentre gli studenti stessi non aborriscono ad andar a cercare un lavoro serale per non gravare più di tanto sull’economia dei genitori. Ora, chiunque di noi, trovandosi in una condizione come appena illustrata, consultando i prezzi di uno spettacolo d’opera, che molto facilmente toccano le tre cifre, si trova nell’impossibilità materiale di assistere ad esperienze del genere. Con questo non voglio dire certo che la popolazione studentesca (o giovanile in generale) debba essere privilegiata, ma voglio solo far osservare che se i teatri sono poco frequentati dai giovani, la causa non è da ricercare nella mancanza di interesse, ma nell’impossibilità di sostenere costi che valgono al pari d’un mese di mensa universitaria. Io personalmente mi posso permettere di frequentare molto i teatri della mia città grazie ad una ferrea e capillare politica di risparmio che dura tutto l’anno, ma non tutti sono fanatici come me e nel trovarsi a scegliere cosa fare questa o quella sera ecco che gli entusiasmi precipitano a picco se, avendo deciso per il teatro, si sono appena consultati i prezzi d’ingresso. Il pienone che si è visto al Comunale, dunque, dovrebbe far riflettere anche in questo senso, oltre a infondere la solite quanto conformistiche fiducie di turno nei giovani e nel futuro e chiacchiere del genere. Detto questo passerei a trattare dello spettacolo. Una selezione di brani da “Porgy and Bess” è il programma del concerto che è stato diretto da Wayne Marshall. Orchestra e coro al gran completo e in grande forma, mentre una semplice tenda faceva da quinta impedendo la vista alle scene (che sbucavano ai lati) dell’imminente Salome che va in scena ad ottobre (a mio parere se si fossero lasciate a vista tali scene, che tra l’altro hanno un loro particolare interesse, non sarebbe stato male, anzi). Una folk-opera, come è stata definita dallo stesso autore, è Porgy and Bess, talmente unica da essere un trade-mark  registrato. Dopo un primo tentativo infruttuoso di comporre un’opera, Gershwin rimane colpito dal romanzo “Porgy” di Edwin DuBose Heyward che descrive la vita degli afroamericani a Charleston, nel South Carolina, alla fine degli anni ’30. Lo stesso Heyward scrive il libretto mentre la stesura della partitura inizia nel 1932 e dura per almeno tre anni: un tempo abbastanza lungo dovuto ai continui impegni del compositore e ad una approfondita documentazione del folklore afroamericano che lo portano a consultare parecchi volumi e a trasferirsi per qualche tempo in South Carolina per vivere sulla pelle la cultura Gullah apprendendone, nel contempo, il suo dialetto, lingua onnipresente nel libretto. L’anteprima andò in scena a Boston il 30 settembre 1935. Tuttavia per esigenze di programmazione in vista del debutto a Broadway, Gershwin fu costretto a fare diversi tagli che ridussero lo spettacolo a poco più di tre ore. Qualcuno considera l’edizione di Broadway come quella canonica, in realtà l’unica versione filologicamente corretta è quella di Boston. Il successo di pubblico fu buono, mentre la critica si divise sul fatto se considerare il lavoro un’opera o un musical ed è questo il problema principale sul quale si discute tutt’oggi. Fatto sta che grazie a questo capolavoro Gershwin si è guadagnato la nomina onoraria presso l’Accademia di Santa Cecilia di Roma appena prima della morte. Wayne Marshall, che ho avuto modo di apprezzare già come virtuoso all’organo grazie a un concerto tenuto in Duomo la scorsa primavera, ha saputo ben calarsi nell’atmosfera più profonda scegliendo inevitabilmente solisti dalle voci nere per un repertorio nero e avvalendosi anche di un pianoforte a portata di mano dal suono antico e tipico dei famosi saloon da Far West. A fine serata si esce dal teatro coscienti del fatto che questa nuova stagione è partita di sicuro col piede giusto, quindi il viaggio di ritorno a casa è una dolce passeggiata per Firenze sui lungarni al chiaro di luna.
Firenze, Teatro Comunale. Il 21 settembre 2010.

Giovanni Sollima in Orsanmichele

Uno dei migliori connubi tra arte e musica che si possono avere in Firenze è quello che vede l’Orchestra da Camera Fiorentina esibirsi nella sua sede elettiva di Orsanmichele. Sono ormai passati già 30 anni da quando, nel 1980, Giuseppe Lanzetta fonda questa istituzione e di cui oggi ne è direttore stabile e direttore artistico curandone tutti gli aspetti con un amore paterno e una presenza costante. La stagione concertistica, che si avvia alla conclusione, vede parecchi appuntamenti di notevole interesse come il concerto d’apertura con il Requiem di Mozart a metà marzo 2010 oppure quello al Teatro della Pergola il 30 marzo 2010 che vede la partecipazione del pianista Aldo Ciccolini e il cui ricavato va tutto in beneficenza all’Ospedale Pediatrico Meyer , mentre una particolare menzione è da riservare alla parentesi estiva dei concerti presso la splendida cornice del cortile del Palazzo del Bargello insieme a Bruno Canino e alle formazione camerali del Maggio Musicale Fiorentino e del Teatro alla Scala di Milano. Il 20 e 21 settembre 2010 sono le date del penultimo concerto della serie con la partecipazione di Giovanni Sollima impegnato nel Concerto per Violoncello e Orchestra n. 1 in Do maggiore di F. J. Haydn composto tra il 1761 e il 1765 per il violoncellista dell’orchestra della corte degli Esterhàzy Joseph Weigl e riscoperto solo nel 1962. Una bella pagina di musica dal virtuosismo scintillante, ma non ostentato tra un naturale equilibrio di dimostrazione di bravura e interesse puramente musicale. Il primo movimento, Moderato, è in bilico tra la forma del concerto barocco (un ritornello orchestrale intervalla i diversi episodi solìstici) e la forma classica, forma che Haydn andava proprio allora elaborando; gli interventi orchestrali sono ritmicamente scanditi, con un andamento quasi di marcia, gli episodi solistici hanno un carattere più lirico e melodico, ma il solista ha anche un momento per dimostrare forza e brillantezza. L’Adagio, in fa maggiore, è in forma di romanza: il tono è austero ma anche intimo, col solista accompagnato lievemente dai soli archi, mentre gli oboi e i corni tacciono. La struttura del conclusivo Allegro molto ricorda nelle gradi linee quella del primo movimento, ma è più vicina alla forma classica perché vi si può facilmente identificare una sezione centrale di sviluppo seguita da una ripresa della parte iniziale: è un movimento splendido per vitalità, arguzia e inventiva, su cui la tonalità minore che appare nella parte finale dell'introduzione orchestrale stende un leggero velo d'ombra. Bravo Sollima in tutti i tempi, nei passaggi cadenzanti e nei trilli nonché nei passaggi lirici; con la bellezza di ben tre bis si conceda dal pubblico fiorentino il virtuoso violoncellista e compositore palermitano che spicca nel panorama musicale per le sue incursioni nelle forme del jazz, del minimalismo musicale e della musica etnica mediterranea, per le sue performance trionfali tenute in tutto il mondo (dalla Scala di Milano alla Carnegie Hall di New York fino al concertone del Primo Maggio di Roma), per le sue collaborazioni (con Patty Smith e Marco Tullio Giordana fra tutte), per le musiche scritte per il teatro (collaborando con Bob Wilson, Alessandro Baricco, Peter Stein). L’apertura della serata, tuttavia, è segnata dal pezzo “Dell’Orizzonte Limpida” in prima esecuzione assoluta di Alberto Cara, compositore diplomato in pianoforte nel conservatorio della mia città, il Conservatorio “Alfredo Casella” di L’Aquila, ed esibentosi anche per la Società Aquilana dei Concerti “Bonaventura Barettelli”. Sue composizione sono “Il colore di Cenerentola”, “Gli occhi colore del vino” per voce recitante e sette strumenti, e adattamenti e riduzioni come quelli di “Hänsel und Gretel” di Humperdinck e “Don Giovanni” di Mozart. A coronamento del tutto la travolgente Sinfonia in Sol minore n. 25 K 183 di Wolfgang Amadeus Mozart (la “piccola sinfonia”), capolavoro giovanile terminato di comporre il 5 ottobre 1773 a Salisburgo, in cui spicca in tutta la sua foga il fuoco dello Sturm und Drang essendo egli stato colpito dalla serie delle sinfonie sturmisch di Haydn. La tonalità è in minore, tra le quarantuno sinfonie di Mozart, tornerà solo nella celeberrima n. 40 K 550, ancora in Sol.  L'allegro con brio sostituisce l'allegro spiritoso delle precedenti sinfonie. Si inizia con un ritmo sincopato caratterizzato da un tema breve ripetuto più volte ed infine ripreso dall’oboe in forma malinconica e delicata. In tutto il movimento il ritmo rimane serrato. L'andante ha un fraseggio cromatico continuamente spezzato ed i fagotti sono sempre in eco con i violini. Il minuetto che segue non ha più nulla della danza galante e rivela, in modo sintetico e senza cedere ad abbellimenti, la propria drammaticità mentre il trio centrale è suonato unicamente dai fiati: oboi, corni e fagotti. Il finale allegro riprende l'andamento sincopato del primo movimento ed il tema del minuetto (in forma variata) mantenendo il tono drammatico sino alla conclusione del pezzo. Una bella serata di fine settembre, dunque, in un monumento più unico che raro come l’Orsanmichele del quale Piero Bargellini ebbe a dire nell’ormai lontano 1954: “Orsanmichele è il monumento più fiorentino di Firenze. Palazzo Vecchio è un palazzo pubblico, come hanno anche molte altre città. Santa Maria del Fiore è una cattedrale, come hanno tutte e altre città. Ma Orsanmichele c’è soltanto a Firenze. Soltanto a Firenze poteva nascere un monumento come questo, che fosse mezza chiesa e mezzo granaio, che servisse alla vita religiosa e alla vita civile, che esaltasse la fede e il lavoro”. Come dargli torto?
Firenze, Orsanmichele. Il 21 settembre 2010.

sabato 18 settembre 2010

Il Vespro di Monteverdi a Pisa

Venerdì 17: giorno di jella, riti scaramantici, superstizione. Il venerdì 17 Settembre 2010, però, è giorno musicalmente fortunato (compreso il sottoscritto, da buon terrone). Per la prima volta ho la gioia di assistere dal vivo ad una delle opere più belle che siano mai state concepite da mente umana: il Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi, in un contesto altrettanto straordinario quale può essere quello della Cattedrale di Pisa. Il concerto, che giunge per i 400 anni dalla pubblicazione dell’opera, è il secondo appuntamento del ciclo “Anima Mundi”, giunto quest’anno alla sua decima edizione e che vanta di un premio Abbiati della critica musicale italiana nonchè della direzione artistica di Sir John Eliot Gardiner. La rassegna vede alzare il sipario in Cattedrale il 15 settembre con l’esecuzione da parte degli English Baroque Soloists del commovente Stabat Mater di G. B. Pergolesi del quale si celebra il trecentenario  dalla nascita. Trasferta al Camposanto Monumentale il 18 Settembre per Le Jongleur de Notre Dame”, opera di Peter Maxwell Davies, narrante una leggenda medievale di un giovane giocoliere che viene accettato in convento e che altro non ha da offrire alla statua della Vergine se non la sua destrezza, criticata dagli altri monaci, ma gradita alla statua della Madonna: parabola che racchiude un messaggio di tolleranza e accettazione, perfettamente adatto al periodo storico in cui viviamo. Ancora presso il Camposanto, il 21 Settembre per un concerto che celebra i 250 anni dalla nascita del fiorentino Luigi Cherubini del quale si eseguono il Quartetto per archi n. 2 in Do maggiore e una miscellanea di sue musiche. Il 25 Settembre il ritorno in Cattedrale è segnato dall’esecuzione di brani sacri di Igor Stravinskij e dei “Responsoria” di Carlo Gesualdo con l’Orchestra Giovanile Italiana della Scuola di Musica di Fiesole. La serata del 29 Settembre è dedicata al brano vincitore del III Concorso di composizione “Anima mundi”: l’“Ave stella maris”, in prima esecuzione assoluta, del contemporaneo Girolamo Deraco con il Coro Musica Nova di Roma e della Cappella Tiberina. Chiusura il 1° Ottobre con i “Vespri” di Sergeij Rachmaninov interpretati dalla Cappella di Stato di Mosca diretta da Valery Poliansky.
Tra gli eventi di contorno sono da menzionare una lectio di Mons. Marco Frisina e una conversazione di Sir John Eliot Gardiner con il critico musicale Sandro Cappelletto che coronano l’evento del 17 Settembre, oggetto di questa trattazione, in cui particolarmente interessante è la continua ricerca di sonorità filologica che si vuole perseguire in quest’esecuzione. Le parti strumentali del Vespro sono scritte per violino e cornetto mentre la composizione del ripieno non è specificata dall'autore. Altrettanto non sono specificate le parti di canto piano e antifona da inserire fra i salmi ed il conclusivo Magnificat. Questo fa si che gli esecutori modifichino l'opera secondo l'organico che hanno a disposizione. L’organico strumentale, in questo concerto, è così composto: due violini, due viole, una viola da gamba, un violoncello, un contrabbasso, tre flauti, una dulciana, tre cornetti, tre tromboni, un organo, un clavicembalo e tre tiorbe (il coro è invece composto da undici soprani, sette contralti, sette tenori e sette bassi). La sequenza dei brani rispecchia direttamente quella voluta dal compositore eliminando tutte quelle aggiunte sia vocali che strumentali che si sono avvicendate nel corso dei secoli, frutti di vari modi di intendere l’opera che della continua riflessione musicologica che essa genera nella sua complessa globalità.
Protagonisti dell’evento sono il “Monteverdi Choir” e gli “English Baroque Soloist”, entrambe tra le formazioni più apprezzate al mondo per l’esecuzione del repertorio che va dal Rinascimento al Classicismo. La complesso corale può vantare della bellissima esperienza del “Bach Cantata Pilgrimage” del 2000 in cui sono state eseguite tutte le cantate di J. S. Bach in  più di sessanta chiese di tutt’Europa  per celebrare il 250° anniversario della morte del compositore. Quest’anno (2010) stanno portando in tournée la Sinfonia n. 9 di Beethoven (insieme alla London Symphony Orchestra), la Messa in Si minore di J. S. Bach, e il Vespro di Monteverdi di cui Pisa ne è una delle tappe principali della loro tournée. La formazione strumentale, invece, oltre ad aver partecipato insieme al Monteverdi Choir al “Bach Cantata Pilgrimage”, eccelle per l’esecuzione integrale dei Concerti Brandeburghesi di Bach a Londra e Parigi nel 2009, oltre che per varie applaudite tournée eseguendo “La creazione” e “Le stagioni” di Haydn e le Suites per orchestra di Bach. La bacchetta è invece affidata alle mani di Sir John Eliot Gardiner, uno dei direttori d’orchestra più versatili del nostro tempo, nonché riconosciuto come figura chiave dell’interpretazione filologica della musica antica, fondatore delle formazioni sopra citate e della Orchestre Révolutionnaire et Romantique. La vastità del repertorio del maestro è dimostrata dalle oltre duecentocinquanta  registrazioni per le case discografiche europee e dai numerosi riconoscimenti internazionali. Nel 1987 ha ricevuto un Honorary Doctorate dall’Università di Lione e nel 1996 è stato nominato Commandeur dans l’Ordre des Arts et des Lettres. Nel 1992 è divenuto Honorary Fellow sia del King’s College di Londra che della Royal Academy of Music. Nel 1998 ha ricevuto la nomina di cavaliere nella Lista delle Onorificenze per il compleanno della Regina. Nel 2006 ha ricevuto a Cremona la Laurea Honoris Causa in Musicologia dall’Università di Pavia. Nel 2008 è stato insignito del prestigioso Bach Prize della Royal Academy of Music – Kohn Foundation. 
Dopo il calare del silenzio fra il pubblico presente in Duomo, un tenore invoca suggestivamente dalla balaustra di controfacciata il “Deus in adiutorium” a cui risponde il coro e tutta l’orchestra, in piedi, con l’imponente “Domine ad adiuvandum”, durante il quale risuonano anche le note di “L’Orfeo”, concludendosi nella serie di “Alleluia” a mo’ di danza corale. Segue l’esecuzione dei cinque salmi, “Dixit Dominus”, “Laudate pueri”, “Laetutus sum”, “Nisi Dominus” “Lauda, Ierusalem”, gustando a pieno del sunto più profondo della tecnica compositiva monteverdiana insieme all’interpretazione che ne da Gardiner, interpretazione fatta di leggerezza e compostezza ammirevoli. Momenti particolarmente interessanti quanto emozionanti si hanno durante l’esecuzione dei concerti-mottetti: il “Nigra sum”, il “Pulchera est” e l’“Audi coelum” vengono eseguiti da solisti vocali accompagnati da una o due tiorbe sul Pulpito di Giovanni Pisano valorizzando, in tal modo, sia il superbo capolavoro della scultura italiana, ma anche il solenne mosaico col Cristo Pantocratore del catino absidale che adesso fa da degno sfondo a questi brani. Il “Duo Seraphim”, invece, è eseguito da tre cantori accompagnati dalle tre tiorbe direttamente dalla balaustra di controfacciata col coro accompagnatore sul palco (allestito a metà navata centrale) mentre Gardiner è impegnato nella direzione direttamente dal podio: è questo uno dei momenti di maggiore carica suggestiva perché il dialogo fatto di gesti e di suoni che si viene a creare, unendo direttore e soli, attraversa tutta la basilica. Mentre i tre coristi paiono quasi vere e proprie entità angeliche, lo sguardo è portato a posarsi sui matronei, sulle colonne e i loro capitelli, sul loro gioco arabizzante di pieni e di vuoti, che lasciano intravedere, in fondo al transetto destro, la tomba dell’Imperatore Arrigo VII, giungendo sulla figura del direttore che ora appare solitaria e, essendo rivolta verso il pubblico, dà modo di notare con quanta grazia la musica prende vita dai movimenti e dai gesti delle mani fatti di un tale amore, di una tale grazia che è difficile riscontrare altrove: è inevitabile constatare che in questa serata magicamente concorrono in bellezza la sublime architettura musicale monteverdiana e il superbo spartito monumentale della primaziale pisana! Nella “Sonata sopra Sancta Maria, ora pro nobis” si ha modo di aver piacere soprattutto della sapiente tecnica di scrittura strumentale del compositore cremonese, oltre che del buon timbro e della perfetta coloratura di strumentisti e di voci femminili del coro. Il seguente “Ave maris stella”, musica di indiscussa celestialità, è un altro momento particolarmente intenso, caratterizzato da giochi di sguardi e soprattutto di movimento. Il coro si trasferisce, insieme al direttore e parte dell’orchestra, nell’abside maggiore rimanendo volutamente nascosto dal palco: è in questo contesto che vengono intonate le prime battute paradisiache del brano dando l’effetto di un vero e proprio miracolo, di una musica divina proveniente dal nulla (o direttamente dallo splendore del Duomo?); di seguito il gruppo strumentale si sposta sotto la cupola e, mentre esegue un intermezzo, metà del coro va a posizionarsi all’altare del transetto destro, mentre l’altra metà all’altare di quello sinistro, creando un altro effetto suggestivo vedendo le figure dei cantanti muoversi tra le colonne e il ludico delle ombre e delle luci soffuse. Quando il primo coro conclude il suo pezzo l’orchestra torna ad intonare un altro intermezzo durante il quale si intravede Gardiner attraversare tutto il transetto, da un estremo all’altro, e giunto, ecco che l’altro coro intona il pezzo conclusivo del brano. Il Magnificat finale è intonato a pieni coro e orchestra con tutti i componenti ormai tornati sul palco, mentre i solisti vocali li ritroviamo ancora sul pulpito del Pisano accompagnati ora, oltre che da tiorbe, anche da cornetti e flauti dolci. Infine, il Gloria è annunciato a tutta l’assemblea, ancora dal pulpito, dal tenore al quale ne risponde un secondo all’interno dei matronei generando il bellissimo effetto di eco (tecnica tanto apprezzata dalla civiltà barocca), ancora una volta nascosto alla vista al fine di rendere una sensazione di indefinito, di musica autogeneratasi. Terminata l’esecuzione il pubblico saluta in piedi con dieci minuti d’uno scrosciante tripudio d’applausi al quale Gardiner risponde facendo alzare le prime parti e poi tutti gli esecutori con una mimica gestuale con la quale pare ancora voler dirigere.
Coll’anima ormai sazia dopo un convivio di abbondante meraviglia, un’ultima emozione m’è offerta alla vista dei Miracoli di Pisa che col loro bianco si stagliano dal verde del prato, come faraglioni nel mare sul quale è scesa la notte che tutto avvolge colla sua quiete. Quale dolcezza al cuore è l’ammirare quei monumenti che paiono essere giunti in questo mondo da un’altra dimensione, come concepiti un’intelligenza altra rispetto a quella umana; una tale sensazione dechirichiana pervade l’animo constatando la solennità dei monumenti che perennemente dialoga con quel silenzio metafisico che li segna, un silenzio unico al mondo che si percepisce nonostante gli schiamazzi della gente e il rombo delle auto. E così, quando ormai l’ora è tarda, la bandiera con la croce di Pisa ancora sventola al vento della notte su quella torre la cui bellezza sfida in ogni istante le ferree leggi della statica: verso casa ci si muove, dunque,  lasciando alle spalle quello che resta dello sfolgorante splendore della Repubblica Marinara Pisana decaduta e dimenticata ovunque, ma che solo lì continua a vivere e ad abbagliare perennemente.
Pisa, Cattedrale. Il 17 Settembre 2010.